Voci di italianistica dal mondo

Da una ventina d’anni, periodicamente emerge come un fiume carsico la notizia che l’italiano risulta essere la quarta lingua più studiata all’estero, dopo inglese, spagnolo e cinese. Il fatto sarebbe in sé molto incoraggiante, ma la realtà è che non esistono fonti attendibili per poter fare un’affermazione di questo tipo, soprattutto per le aree esterne all’Unione Europea.

Ogni paese tenta di fare delle stime delle persone che si avvicinano alla propria lingua passando soprattutto attraverso gli istituti di cultura e le facoltà universitarie, senza avere però in alcun modo la possibilità di raccogliere informazioni su molti dei canali importanti attraverso cui avviene la formazione, ad esempio le scuole private. Tutte le indagini, del resto, sono condotte in modo autonomo, con criteri molto diversi e per questo non si prestano a un lavoro comparatistico. Nessuno quindi può dire quale posto davvero occupi l’italiano nella gerarchia dello studio delle lingue. Pare comunque che attualmente nel mondo oltre 2 milioni di persone si applichino per impararlo.

Quelli che lo parlano quotidianamente sono circa 70 milioni e vivono quasi tutti in Italia, non avendo il paese una tradizione coloniale come hanno avuto Inghilterra o Spagna. L’italiano del resto non è una lingua veicolare – per usare un termine dei linguisti – ossia un idioma usato da persone di lingue diverse per comunicare tra loro. Questo è il caso dell’inglese o del russo nell’area che fu l’Unione Sovietica.

Oltre a chi lo parla ogni giorno, ci sono – anche qui si tratta di una stima – circa 80 milioni di persone che hanno qualcosa a che fare con l’italiano e la cultura italica, ossia i discendenti di quegli emigranti italiani che a partire dall’Ottocento si sono spostati in cerca di fortuna verso varie parti del mondo. Queste persone non usano l’italiano per le loro comunicazioni quotidiane e nemmeno lo parlano abitualmente. Lo conoscono, magari soltanto in modo rudimentale, ma si identificano comunque nella cultura italiana come area di riferimento.

Con questi risultati, l’italiano si piazza al 21° posto al mondo quanto a diffusione, lontanissimo dalla massa di 1,2 miliardi di parlanti dell’inglese e 1,1 miliardi del cinese, ma ben distante anche dal mezzo miliardo circa dello spagnolo e dell’arabo. Stiamo facendo però soltanto un gioco di numeri, limitandoci a spigolare qualche cifra dai dati a disposizione. Ci rendiamo ben conto comunque di come la lingua ricopra un ruolo primario nel veicolare una cultura, ma anche nel gettare ponti che potrebbero avere forti ricadute in ambito diplomatico, politico, economico. Per questa ragione sarebbero importanti investimenti ingenti nella promozione della lingua all’estero, attraverso gli istituti culturali, le facoltà di italianistica, operazioni volte a valorizzare iniziative significative, traduzioni, mostre, convegni e tutto quanto potrebbe portare interesse, familiarità e stima per la lingua italiana e – di conseguenza – per chi la parla nel mondo.

Forse non è del tutto pellegrino tentare di capire quale sia la percezione di chi all’estero si occupa dell’italiano, come operatore culturale, docente o ricercatore, del contesto in cui si muove e delle persone non di lingua madre che per ragioni diverse decidono di accostarsi allo studio dell’italiano. Un osservatorio sicuramente privilegiato è quello di Jo Ann Cavallo, professoressa di letteratura italiana e direttrice del dipartimento di italianistica della Columbia University di New York. Con grande disponibilità, ha risposto alle nostre domande, coinvolgendo in questo piccolo viaggio alcuni dei suoi studenti, di cui troviamo le voci e le esperienze in questa intervista. Sebbene le risposte abbiano una valenza aneddotica anziché statistica, l’ampiezza dei pareri riflette non solo l’unicità delle esperienze e delle preferenze personali di tutti, ma anche la ricchezza del patrimonio culturale italiano su molteplici fronti.

Professoressa Cavallo, quale è la realtà della Columbia University riguardo allo studio dell’italiano?

L’Italianistica alla Columbia University ebbe un illustre inizio due secoli fa con le classi di Lorenzo da Ponte, librettista di Mozart per Don Giovanni, Le nozze di Figaro e Cosí fan tutte. Nel 1825, infatti, lo Standing Committee of the Trustees del Columbia College istituì una cattedra di letteratura italiana e nominò Da Ponte a quella posizione[i]. Nel 1920, quasi un secolo dopo, il presidente della Columbia University di allora, Nicholas Murray Butler, sostenne con entusiasmo la costruzione della Casa Italiana nel campus con lo scopo di espandere gli studi d’italianistica, affermando addirittura che sarebbe stato importante mettere sempre più impegno per far crescere la cultura, la storia e la letteratura italiane[ii].

Essendo passato un altro secolo ancora, al giorno d’oggi, nel 2021, il Dipartimento d’Italianistica della Columbia offre a laureandi e dottorandi una gamma completa di corsi: da vari livelli di lingua italiana alla letteratura, alla storia e cultura dell’Italia e del Mediterraneo più in generale. Attualmente ci sono 27 studenti nel programma post-laurea (23 stanno perseguendo un dottorato e 4 un master), di cui 11 sono studenti italiani arrivati alla Columbia dopo essersi laureati in università italiane. Durante quest’anno accademico ci sono state 669 iscrizioni a corsi offerti dal dipartimento di italianistica.

Chi sono gli studenti stranieri che si accostano all’italiano? Cosa cercano? Cosa si aspettano?

Come si può immaginare, alcuni degli studenti sono di origine italiana. La loro esperienza italo-americana ha quindi condizionato la loro idea iniziale della cultura italiana e in alcuni casi ha suscitato in loro il desiderio di conoscere meglio la terra dei loro parenti. Tylar Colleluori ricorda la sua infanzia nello stato di Pennsylvania: «Crescendo, ho passato molto tempo con mia nonna, che viveva in un quartiere italo-americano e parlava spesso con i suoi amici in dialetto napoletano». Lo studio formale della lingua italiana presso l’Università di Pittsburgh le ha permesso di iniziare ad apprezzare la diversità linguistica del paese: «Mi piaceva parlare con mia nonna e confrontare ciò che stavo imparando in italiano standard con ciò che lei diceva in dialetto». Ma è stato il suo contatto diretto con l’Italia durante il suo anno di studio all’estero, e in particolare un corso sull’umanesimo rinascimentale, che ha convinto Tylar a intraprendere gli studi più avanzati. Attualmente sta scrivendo la sua tesi di dottorato sul Floridoro di Moderata Fonte.

Salvatore Taibi racconta un’esperienza simile avendo prima incontrato la cultura italiana nella sua piccola comunità italo-americana nel nord del New Jersey: «Avevamo una pizzeria ad ogni angolo, bandiere italiane sui portici, e tutti discutevano su quale madre (o nonna) facesse il migliore piatto». Eppure è stato solo dopo la laurea, quando si è recato di persona in Italia, che ha deciso di fare degli studi d’italianistica una vocazione: «Il primo viaggio in Italia è stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita per sempre. Un amico ed io abbiamo percorso il paese da Agrigento (la terra dei miei antenati) a Milano. Quando ho deciso di tornare all’università per soddisfare il mio innato e incessante desiderio di conoscenza, avevo bisogno di scegliere un programma di studi da seguire. Ci è voluta mia moglie per indicarmelo, ma era stato sotto il mio naso da sempre: l’italianistica! È qualcosa che fa parte di me, qualcosa di cui non mi stanco mai. L’Italia era sempre stata nel mio sangue, ma era anche nel mio cuore».

Rafaella Fontana inizialmente ha concepito una specializzazione in italiano come «un modo per entrare in contatto con la mia famiglia ed essere in grado di comunicare con loro». Nel corso dei suoi studi, però, ha scoperto i capolavori del patrimonio culturale italiano: «Amo la cultura italiana, mi piace in particolare l’arte italiana (Botticelli è il mio artista preferito di tutti i tempi!). In questo momento sto seguendo corsi sia sull’arte che sulla letteratura italiana che è un’esperienza illuminante».

L’interesse di Angelica Modabber per gli studi d’italianistica ha seguito una strada tortuosa attraverso una specializzazione iniziale in letteratura inglese: «Come studentessa universitaria, laureandomi in inglese, sono stata attratta per la prima volta dall’idea di un dottorato in italiano dopo aver seguito corsi su Shakespeare e Dante. L’intersezione dei due autori mi ha portato a intuire che sarei stata interessata al Rinascimento italiano, anche se non mi vedevo né come medievalista né come studiosa di Shakespeare».

Inizialmente Missy Mellor non aveva un interesse particolare per gli studi d’italianistica: «Sono nata in una piccola cittadina sulla sponda orientale del Maryland e sono cresciuta andando in barca a vela e leggendo testi antichi che raccontavano le avventure di eroi marinari. Ho studiato il francese e il latino». Tuttavia, all’età di diciassette anni, come racconta, «sono riuscita a trovare un lavoro a Varese, in Italia, come ragazza alla pari. In quel momento avevo 100 dollari in tasca e non parlavo una parola d’italiano. Ho lasciato gli Stati Uniti, ho vissuto in Italia per due anni, ho imparato l’italiano e ho viaggiato in tutta Europa». Da allora Missy non solo ha attraversato l’Oceano Atlantico con la sua barca a vela di 12 metri, ma è tornata all’università per completare la sua laurea con una specializzazione in studi italianistici.

Una studentessa attualmente presso la Columbia School of the Arts che persegue un Master of Fine Arts in scrittura creativa (e che preferisce rimanere anonima) ha inizialmente seguito corsi di lingua italiana come studentessa universitaria ad Harvard. La studentessa ricorda il ragionamento alla base della sua decisione di studiare l’italiano: «Ho scelto l’italiano perché avevo studiato il latino al liceo e l’italiano sembrava il passo logico successivo. Ho anche considerato il francese, ovviamente, ma ho deciso che la scelta era troppo comune. L’italiano invece sembrava speciale perché era meno ovvio». Attualmente iscritta a un corso di letteratura italiana, la studentessa scrive: «Sono entusiasta di espandere la mia comprensione e il mio apprezzamento della letteratura in una nuova dimensione leggendo le opere nella lingua originale». Aggiunge, inoltre, che «è una piacevole pausa mentale ed emotiva dai miei principali studi universitari e, allo stesso tempo, potenzialmente un’influenza interessante su di essi».

Jonathan Ligrani, che sta intraprendendo un dottorato nel Dipartimento di Musica, spiega la genesi del suo interesse per l’italianistica: «Come storico della musica, sono arrivato agli studi d’italianistica dopo essere stato affascinato da un seminario sul compositore Claudio Monteverdi e sul madrigale italiano del Cinquecento. Sono rimasto colpito sia dall’unicità del momento storico in cui la sperimentazione in diversi campi culturali convergeva e suscitava un dialogo, sia dalla pura bellezza della musica, della poesia e delle opere d’arte che ne derivavano. Sono stato anche incuriosito dai pensieri letterari e filosofici che hanno influenzato queste opere e la cultura a cui hanno partecipato. I miei colleghi che studiano la musica italiana hanno avuto un’esperienza simile».

Tra gli studenti internazionali alla Columbia ci sono due studentesse cinesi che stanno conseguendo un Master in italianistica. Lingsi Kong, arrivata alla Columbia direttamente da Pechino, scrive: «Durante il mio anno di studio all’Università per Stranieri di Perugia, sono stata profondamente attratta dallo splendido scenario e dallo stile di vita ‘lento’ in Italia. Studio l’italianistica per capire meglio la lunga storia e la ricca cultura del paese». Tianyi (Vanessa) Cai è nata e cresciuta a Nanchino, ma si è trasferita negli Stati Uniti nel 2016 dove si è laureata presso il College of William & Mary nel 2020 con una specializzazione in Art & Art History (arte e storia dell’arte) e un’altra in italianistica. Il suo interesse per l’italiano è stato stimolato sia dagli scambi culturali al livello interpersonale che dalla sua formazione in musica classica: «Le mie esperienze di ospitare studenti stranieri al liceo, di studiare all’estero e di essere una viaggiatrice assidua mi hanno fatto capire come la conoscenza a distanza di una particolare cultura potrebbe contraddire le esperienze di prima mano all’interno di quella cultura. Di conseguenza, potrebbero verificarsi malintesi a causa delle barriere linguistiche e culturali. In un mondo sempre più globalizzato, desidero vedere maggiore comunicazione e meno barriere tra persone di culture diverse. Ho deciso di approfondire lo studio della cultura italiana non solo per il mio interesse personale (suono il violino da quando avevo 6 anni e sono una grande fan di Niccolò Paganini), ma anche per il mio desiderio di promuovere la comunicazione interculturale tra italiani, cinesi e americani».

Indipendentemente dal fatto che sia stato il background familiare o il caso ad avvicinare gli studenti all’italianistica, tutti gli intervistati hanno citato la loro attrazione per la cultura stessa (letteratura, storia, filosofia, musica, arte) come motivo del loro interesse attuale ad approfondire la loro conoscenza della materia.

Che idea hanno gli studenti dell’Italia? 

Molti degli intervistati hanno ribadito il forte impatto che la conoscenza diretta dell’Italia ha avuto su di loro. Scrive Salvatore Taibi: «Da quel primo viaggio, tanti anni fa, ho cercato di visitare l’Italia il più possibile. Ci si sente come a casa. La lingua, il cibo, le persone». La studentessa della Scuola delle Arti ricorda: «Prima del mio primo viaggio in Italia, pensavo al paese in termini storici: l’antica Roma e il Rinascimento, principalmente. Dopo essere stata in Italia, l’ho concepita come la terra della bellezza: il paesaggio, la gente, la cucina, tutto. Sono diventata un’italofila!». Raffaella Fontana, che è stata più volte in Italia, in particolare in Toscana, scrive: «Per me l’Italia è sempre stata un paese caldo e accogliente con ottimo cibo». Lingsi Kong è d’accordo: «Per me l’Italia è un paese in cui potrei vivere con calma. È un paese di moda, caffè, arte e cibo». Tianyi (Vanessa) Cai aggiunge: «L’Italia è un bellissimo paese con innumerevoli tesori culturali ben conservati. Per me l’Italia occupa una posizione essenziale nella storia della musica classica e dell’arte. Mentre ero in Italia, sono rimasta stupita di come tradizioni come il Palio di Siena abbiano potuto essere mantenute fino al giorno d’oggi».

Tylar Colleluori ritiene che la realtà dell’Italia si è rivelata più complessa di quanto non fosse sembrata prima dei suoi viaggi: «Penso decisamente di aver avuto una visione più stereotipata, o almeno ‘idealistica’, dell’Italia come studentessa universitaria, cosa che penso sia purtroppo comune a causa della storia della rappresentazione cinematografica / multimediale / ecc. in voga negli Stati Uniti. Continuando i miei studi, ho acquisito una visione più sfumata sia della letteratura che della cultura e ho imparato di più sulla storia contemporanea. Quando ho iniziato a tenere corsi di lingua italiana, ho sentito che era mia responsabilità come docente di continuare a respingere le visioni più stereotipate per fornire ai miei studenti di lingua un’immagine più completa dell’Italia, per consentire loro di pensare in modo più critico e olistico sulla cultura e lingua italiane».

Quali sono gli autori italiani che destano maggiore interesse negli studenti e perché? 

Gli studenti hanno dato risposte molto diverse quando ho chiesto loro di nominare gli autori di cui loro stessi e i loro coetanei erano più informati e appassionati. Non a caso, alcuni di quelli citati sono gli autori canonici del periodo medievale e rinascimentale, ovvero Dante, Petrarca, Boccaccio, Boiardo, Ariosto, Machiavelli e Tasso. Tuttavia sono stati elencati anche scrittori medievali e rinascimentali generalmente meno conosciuti fuori dall’Italia, in particolare San Francesco d’Assisi, Guido Guinizzelli, Jacopone de Todi, Santa Caterina da Siena, Vittoria Colonna e Gaspara Stampa.

Sono stati nominati anche importanti autori dal primo Seicento al primo Novecento: Galileo, Goldoni, Leopardi, Verga, Pirandello e Sibilla Aleramo (Una Donna). Ma gli autori che hanno suscitato maggior interesse da parte degli studenti sono quelli attivi nella seconda metà del Novecento. Primo Levi e Italo Calvino venivano nominati più spesso, con riferimenti specifici a Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati di Levi, e a L’avventura di due sposi di Calvino. Altri autori citati erano Eduardo De Filippo, Dario Fo, Luce D’Eramo, Amelia Rosselli, Giuseppe Ungaretti, Elsa Morante, Umberto Eco e Beppe Fenoglio.

Lingsi Kong ha riflettuto sul suo duplice interesse per Montale e Pirandello, sottolineando le affinità del primo con il proprio background culturale: «Montale ha suscitato il mio interesse quando ho letto la sua raccolta di poesie Ossi di Seppia. Le descrizioni della sua filosofia della natura mi hanno trasmesso un senso di pace. Amo in modo particolare il momento fugace, tranquillo e solitario nella sua poesia I limoni che è in qualche modo simile al pensiero zen, un termine filosofico cinese. Infatti, ho svolto uno studio comparatistico tra la sua poesia e la poesia zen cinese, che in seguito è diventata la mia tesi di laurea. Di Pirandello mi piacciono il suo libro Il fu Mattia Pascal e la sua commedia Sei personaggi in cerca d’autore. Mi interessa la sua idea di maschera e identità».

A seconda dei corsi e degli interessi personali, gli studenti avevano anche familiarità con delle tradizioni culturali italiane al di fuori degli studi puramente letterari. Lo studio della storia della musica di Jonathan Ligrani lo ha portato alla «musica polifonica italiana del Rinascimento e, prevalentemente, a compositori come Claudio Monteverdi, Cipriano de Rore e Adrian Willaert». Jonathan spiega inoltre come «le loro magistrali trasposizioni musicali della poesia di Francesco Petrarca, Giambattista Guarini e Torquato Tasso, tra gli altri, forniscono una ricca intersezione di discussione sulla sintesi musico-poetica, la storia culturale, la rappresentazione emotiva, l’estetica e la costruzione dell’individuo nel Rinascimento».

Lo studio di Missy Mellor sugli adattamenti teatrali delle narrazioni epiche l’ha portata ad apprezzare le tradizioni popolari italiane: «In qualità di laureanda in letteratura italiana alla Columbia, ho studiato due tradizioni di teatro popolare magnifiche e allo stesso tempo piuttosto trascurate: il Maggio epico dell’Appennino tosco-emiliano e l’opera dei pupi siciliana. Tutte e due preservano e rimodellano l’epica antica, medievale e rinascimentale. Nel nostro mondo attuale, impaziente e tecnologicamente globalizzato, è una confortante sorpresa scoprire che alcune comunità in Italia mantengono ancora la secolare tradizione familiare di raccontare storie tramandate da generazioni precedenti».

Alcuni studenti hanno espresso la loro passione per il cinema italiano, in particolare i film neorealisti e le opere di Antonioni, Fellini, De Sica, Visconti e Franco Brusati (Pane e Cioccolata). Scrive Salvatore Taibi: «A partire dal periodo neorealista, sono sbalordito dal fatto che una nazione così piccola possa aver avuto un impatto così travolgente sul mondo del cinema».

C’è interesse per autori italiani contemporanei?

Alla domanda specifica sugli autori italiani contemporanei, un paio di studenti hanno commentato sulla mania per Elena Ferrante negli Stati Uniti. Eppure Ferrante non è stata l’unica personalità contemporanea ad aver attirato l’attenzione degli studenti. Un’autrice contemporanea di particolare interesse per Tianyi (Vanessa) Cai è Igiaba Scego: «Essendo un’immigrata nella società italiana postcoloniale, Scego incarna la sua lotta interiore di autoidentificazione attraverso descrizioni dettagliate dei suoi processi mentali – nel decidere se mangiare la salsiccia o no – in Salsicce. Nel racconto, la salsiccia non è un semplice alimento, ma un simbolo che riconduce a una particolare identità. Adoro il modo in cui Scego trasmette le difficoltà ad essere un’immigrata attraverso il tema del cibo, un argomento quotidiano apparentemente minore. Salsicce mi ha reso desiderosa di leggere altri scritti di Scego, ciò che potrebbe anche approfondire la mia conoscenza dell’Italia postcoloniale». Tianyi (Vanessa) ha osservato, inoltre, che Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio di Amara Lakhous le ha fatto «un’impressione profonda»: «Adoro il modo in cui Lakhous affronta le molteplici sfide dell’essere un immigrato attraverso storie concise ma potenti».

In più, Rafaella Fontana ha notato che le è piaciuto molto Il tempo che vorrei di Fabio Volo.

Nel suo saggio sullo stato degli studi d’italianistica in America del Nord, Theodore Cachey ha ipotizzato una divisione tra studi disciplinari e interdisciplinari evidenziata anche dai campi preferiti segnalati in recenti annunci di lavoro: studi sul Mediterraneo, studi sulle migrazioni, letteratura e cultura medievale e moderna, studi sul cinema. Secondo Cachey, infatti, «gli italianisti dell’America del Nord si trovano ad una specie di crocevia fra le esigenze di un’identità disciplinare fondamentalmente centrata sullo studio della lingua e della letteratura italiana e altrettante forti spinte centrifughe interdisciplinari che tenderebbero a minare la consistenza di quell’identità».[iii] Eppure forse non è necessario per i Dipartimenti d’italianistica tracciare una rotta che segua una direzione escludendone un’altra. Se il campione di risposte degli studenti del mio istituto è indicativo, gli studenti di oggi sono desiderosi di approfondire la loro conoscenza sia della lingua italiana, sia della storia, la letteratura, il cinema, la musica, l’arte, la moda e – non da ultimo – il cibo.

Opere citate:

Cachey, Theodore. America amica-amara: sugli studi di letteratura italiana nell’America del Nord. La Rassegna della letteratura italiana, Anno 120° SERIE IX N. 1-2, gennaio-dicembre 2016, pp. 159-185.

Faedda, Barbara. From Da Ponte to the Casa Italiana. Columbia University Press, 2017.

Levin, Meredith. Appendix A: From Lorenzo Da Ponte to Charles V. Paterno: Libri italiani at Columbia University. In Faedda. Pp. 59-64.

[i] Levin 60.

[ii] Faedda 21.

[iii] Cachey 167.